Applicato all’ambito lavorativo, il termine mobbing denota l’attività persecutoria caratterizzata da violenza psicologica praticata da un datore di lavoro o dai colleghi nei confronti di un lavoratore.
Il mobbing è caratterizzato sempre dalla presenza di due elementi:
- Il mobber, ovvero colui che pratica l’attività di violenza psicologica e derisione.
- Il mobbizzato, cioè la vittima del mobbing.
Possiamo identificare due tipi di mobbing:
- Il mobbing verticale, quando l’attività persecutoria è praticata da un capo o un datore di lavoro nei confronti di un dipendente di livello inferiore.
- Il mobbing orizzonale, quando invece è praticata da colleghi di pari livello lavorativo.
Ma quali sono le ragioni che portano al mobbing?
Il principale obiettivo che il mobber vuole raggiungere è quello di rendere impossibile l’attività lavorativa del mobbizzato attraverso continue pressioni psicologiche verbali per fare in modo che questo venga allontanato dal lavoro o che si licenzi spontaneamente.
Molto spesso tra le ragioni principali ci sono l’invidia nei confronti di un lavoratore più capace o spesso lodato dal superiore; motivazioni di tipo personale, tra cui magari una relazione finita male tra un capo e un dipendente o ragioni razziali.
Un altro genere di mobber è il cosiddetto side mobber. Di questa categoria fanno parte tutti i capi, collaboratori o colleghi che, pur non partecipando all’attività di persecuzione nei confronti del mobbizzato, restano in disparte senza prendere posizione di difesa o di denuncia nei confronti della situazione.